lunedì 3 agosto 2009

Il mondo, dopo la fine del mondo

Enrico sospira, ogni volta, ogni singola volta in cui si trova davanti alla porta della sala consiliare.
Sospira, e china il capo chiudendo gli occhi. Ripensa al suo ufficio, le poltrone, le finestre luminose, il ficus da innaffiare la mattina, le piccole cose che amava tanto. Aveva una scrivania, un computer, e anche un bagno privato che poteva usare solo lui.
Poi riapre gli occhi, alza la testa e entra. Si siede in mezzo agli altri, e capisce di essere diventato solo un numero. Quando votano le mozioni il suo voto vale come quello degli altri, anzi, meno, perché ora è all'opposizione, perde sempre, vota e perde sempre, il suo voto non serve a nulla, e non capisce come mai. L'unica volta che ha vinto, è stato quando hanno votato per approvare i risultati delle elezioni, e hanno detto tutti si, e lui era felice che aveva vinto, almeno quella volta. Passano le ore, si parla e si parla e si parla, qualcuno legge una mozione, un altro fa una proposta di regolamento, poi si vota, e lui vota come quelli che perdono. Poi qualcuno fa un'interrogazione, l'assessore risponde, un altro interpella, e il presidente dice che, e poi si vota, e si vota, e si vota, e lui perde sempre. Non ce la fa più, vorrebbe bere qualcosa, uno spritz, un negroni, un gin tonic, si mette le mani tra i capelli ma si accorge che si sta spettinando, allora si ferma subito, ma ormai è tardi, ha le mani piene di gel.
La sera, quando finisce la seduta, raccoglie le sue poche cose e le infila in una cartellina. Quando era assessore gliele raccoglieva la segrataria, pensa. Esce, seguendo gli altri che ridono e scherzano, e non riesce a ridere, né a scherzare. Scende le scale, e ripensa al suo ascensore. Apre il portone del palazzo, e ripensa al suo portiere. Si avvia verso la fermata dell'autobus, e ripensa al suo posto auto riservato. E si ricorda di quando andava ad inaugurare le strade, i cantieri, le scuole, le macchinette del caffè, e aveva le forbici ufficiali da assessore per tagliare il nastro. Poi gli passa accanto qualcuno, e gli dice "ciao Enrico, ci vediamo al prossimo consiglio", e quando sente dire questo è come se gli mancasse il respiro, sente qualcosa di duro e metallico in gola, gli si velano gli occhi di pianto e deve appoggiarsi ad un muro, per non cadere a terra.
- Non ce la posso fare - dice, a mezza voce.
E allora, prima di tornare a casa, allunga un po' la strada, e rasentando i muri per non farsi riconoscere raggiunge il palazzo dell'assessorato che fu suo, prima della sconfitta. Si guarda attorno, si alza il colletto della giacca in misto lino e attraversa la strada. Adesso è davanti al portone, al suo portone. Nessuno lo vede, nessuno lo riconosce, nessuno ama gli sconfitti. Ma qui lui è stato importante, supplici venivano a chiedere la sua attenzione, e lui li ascoltava, e li aiutava. Ma poi qualcuno ha tradito, e le elezioni sono state una debacle, un inferno, la colpa è tua, no, è tua, tutti ad accusarsi, ma di chi era la colpa, di chi?
Anzi no, lui lo sa di chi è la colpa. Li vede, i due extracomunitari, con la coda dell'occhio, che camminano sull'altro marciapiede. E' colpa loro, di quelli come loro, che fanno come vogliono, non rispettano le regole del viver civile, non pagano le tasse, rubano, spacciano e ammazzano e si ubriacano e alla fine hanno fatto vincere la destra, e la lega.
Si volta verso di loro e grida, con tutte le sue forze:
- CINESI DI MERDA! E' TUTTA COLPA VOSTRA! BASTARDI!
Spaventati, i due senegalesi si allontanano.
Esausto da questo scoppio d'ira, si passa le mani nei cap(NO!, che sennò mi rovino l'acconciatura), si appoggia con le mani al muro del palazzo
E qui succede qualcosa.
Lo sente caldo, palpitante, morbido, il muro. Alza gli occhi, e quella finestra sembra un viso che gli sorride con nostalgia, sembra che dica "sei tornato", "mi sei mancato".
Allora Enrico sorride, passa un dito sulla parete con un tocco delicato, appoggia la guancia all'intonaco e sussurra:
- Anche tu, anche tu mi manchi.
E l'assessorato (è un'illusione? un sogno?) gli risponde:
- Enrico, da quando non ci sei più, tutto è più brutto.
- Non dire così.
- Il Caverni è cattivo, non ci sa fare. Lui è un'imprenditore, un padrone, dice che deve sempre lavorare. Non è come te. Tu avevi tempo per me. Mi amavi.
- E ti amo ancora.
- Quando torni?
- Presto. Te lo prometto. Presto.
E in silenzio, versa una lacrima.

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